“I vostri figli non sono i vostri figli, sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di sé”

TESTIMONIANZA DI PAOLO MARCONI

Ai genitori e agli operatori che hanno partecipato all’incontro di domenica 30 novembre a Montemarciano. E ai nostri figli (anzi, principalmente a loro, credo)

“I Immagine_Montemarciano_A_1vostri figli non sono i vostri figli, sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di sé”. Da quando l’ho letta – per la verità non direttamente, ma in un libro dello scrittore israeliano Amos Oz che la citava – questa frase del poeta americano-libanese Kahlil Gibran mi è entrata nella testa, e anche nel cuore, credo: l’ho subito mandata a memoria, cosa che mi succede raramente, anche se ogni volta che la richiamo al pensiero devo andare a rileggerla nel testo, per verificare che non mi sto sbagliando, che è proprio così. Sì, la ricordo bene (almeno nella forma in cui viene proposta dalla traduzione). Questa frase, in mezzo a tante altre frasi, emerge nitida sul filo della corrente di parole: è diventata la stella polare, la meta, forse irraggiungibile, alla quale istintivamente vorrebbe tendere il rapporto con le mie due figlie.

LA FAME, LA BRAMA CHE LA VITA HA DI SE

E sono anche convinto che questa frase, così dolce e crudele allo stesso tempo, possa rappresentare la sintesi della giornata che abbiamo vissuto insieme domenica nella bella villa di Montemarciano. Sì, i nostri figli e le nostre figlie reclamano il diritto di vivere, anche quando tutto sembra indurci a pensare che non vogliano più vivere. Anche noi, figli, abbiamo reclamato il diritto di vivere. Diverse le forme della rivendicazione: noi (dico quelli della mia generazione) abbiamo puntato tutto sul clamore della ‘rivoluzione’, politica e sessuale; loro (dico questi nostri figli e queste nostre figlie così fragili e imperfetti di fronte al mostro dell’omologazione, eppure così forti, sensibili, intelligenti, unici) arrivando a mettere in discussione, silenziosamente, il primo gradino della vita: il rapporto con il cibo. “La brama che la vita ha di sé”. La fame, il desiderio di vivere. Sfidando la morte, in modo sottile, discreto, non plateale (niente a che vedere con la roulette russa di chi si lancia con la macchina ad attraversare un incrocio senza sapere se un altro veicolo stia sopraggiungendo dall’altra direzione).

IL MESTIERE DIFFICILE DI GENITORE

E noi? Dico noi genitori, anzi, più precisamente: noi padri e noi madri. Abbiamo capito, certo, che il mestiere di genitore è difficile, se non addirittura, per usare l’aggettivo utilizzato da Freud, impossibile. Ci siamo resi conto, forse, che l’imperfezione è il dato imprescindibile della nostra ‘funzione’, e – perché no – della vita in generale. Ma … ma c’è di mezzo il sentimento di amore – e perché no, a volte anche di odio, che non necessariamente è il contrario di amore – ad ingarbugliare ancora di più le carte. E allora? Io almeno auspico questo: che, pur nella loro imperfezione e ambiguità, le parole, le mie parole, possano aiutare a realizzarsi nelle mie figlie quella “brama che la vita ha di sé”. Perché non è detto che la somma delle imperfezioni (mie, dei miei genitori, dei miei nonni, dei miei avi e di mia moglie, dei suoi genitori …) dia necessariamente come risultato una imperfezione più grande: solo un’imperfezione, un’altra splendida imperfezione nelle acque mai calme dell’oceano della vita.

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