“Non più briciole” – Alessandra Arachi

Recensione di Elisa Catraro

CopertinaNonPiùBriciole“[…] Comincia con tre polpette al sugo questa storia. Tre polpette di carne di vitello vomitate nel bagno di casa con la porta spalancata. “Anoressia mentale”, sarebbe stata la diagnosi psichiatrica.[…]
Avevo 17 anni quando lessi per la prima volta queste righe. ‘Briciole’, con il suo racconto preciso di un sintomo così invalidante, eppure così affascinante, mi introdusse alla clinica dei disturbi alimentari e portò l’anoressia e la bulimia all’attenzione dell’Italia, soprattutto quando il libro divenne un film trasmesso in prima serata su RaiUno.

“Eravamo a tavola quando Loredana si è alzata di scatto lasciando a metà il suo piatto di spaghetti, senza dire una parola. Era il 12 Ottobre, un venerdì. Nulla è più stato uguale, dopo”.
Ventanni dopo Arachi scrive ‘Non più briciole’, un romanzo che non ha lasciato in me lo stesso entusiasmo del precedente ma che apre sicuramente a varie riflessioni. Questa volta la protagonista è una madre, la cui vita diventa un’unica frenetica ricerca della causa e della ‘soluzione definitiva’ del disturbo alimentare della figlia. Con uno stile che permette una lettura leggera, veloce e mai impegnativa, Arachi racconta non solo di vomito, ossa e ritiro sociale, ma anche di quanto sia prolifera la letteratura in merito, passando dalle autobiografie di ex pazienti alla più che accessibile e chissà quanto attendibile quantità di informazioni sul web. Interessante è la decisione di inserire nella storia romanzata anche un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), buttando così lo spunto per una riflessione sul ricovero forzato in caso di un soggetto affetto da disturbo alimentare.

W le mamme!”.
Il romanzo vuole essere una difesa delle madri che sembrano essere state le uniche imputate prese di mira nei decenni, come causa principale dei disturbi psichiatrici dei propri figli, qualunque essi siano. Il lettore viene a conoscenza di madri coccodrillo, madri drago, madri simbiotiche, sintomi che insorgono per liberarsi dalle invadenze materne e da padri amanti ed allo stesso tempo di specialisti mancanti di un minimo di etica, che prescrivono liste infinite di farmaci o che invadono la privacy della coppia genitoriale, senza degnare di uno sguardo o di una minima attenzione i figli e la loro sofferenza.

Ma che ruolo ha il padre nel romanzo dell’Arachi? E’Marta, la madre, che in prima persona racconta di sua figlia, di come le attenzioni per il piccolo fratellino passino in secondo piano rispetto al totalizzante dramma che ha sconvolto le loro vite. ”Mio figlio piccolo non è stato degnato di alcuna attenzione…[…] Anche quando gli altri mi impedivano di avvicinarmi a mia figlia, io pensavo a lei. In continuazione. Per lei lavoravo. Per lei vivevo. Per lei cercavo una soluzione. Volevo farla tornare a vivere. Doveva tornare vivere.”
E suo marito dov’è? Resta in secondo piano, un papà che non crede negli specialisti, se non in quelli che abbiano conseguito una laurea in Medicina, che si batte per un ricovero forzato e che rimane spesso all’oscuro dei pensieri, delle preoccupazioni e delle scelte della moglie. Come se questa lotta contro lo stereotipo della ‘mamma causa di tutti i mali’ andasse combattuta tutta da sola.
In un’intervista al Corriere della Sera (Io Donna, 12 Maggio 2015) Arachi dichiara: “Marta è una somma delle mamme in carne ed ossa che ho avuto il piacere di incontrare: una mamma vera, fallibile, preoccupata, partecipe. In questi anni di ricerca sull’argomento sono rimasta basita dalle aberrazioni di tanti medici ed esperti: la madre come generatrice della malattia mentale, la prima colpevole, la strega, il mostro”.

Ma perchè non parlare anche dei papà? In un’epoca in cui si parla tanto dell’evaporazione del padre, perchè non dare il giusto ruolo di terzo rispetto alla tanto attaccata diade madre-figlio?

Mi chiedo quindi che aiuto può trarre un genitore alle prese con l’enigma del sintomo alimentare di una figlia ed in gabbia per via della propria impotenza,leggendo questo libro.
Gli ‘psicoqualsiasicosa’, di qualunque orientamento siano, saranno veramente così incapaci, non orientati minimamente dall’etica e del tutto inaffidabili?
Potranno mai studi scientifici, che confermeranno una causa genetica del disturbo(nella quale Arachi sembra sperare), discolpare per sempre le madri? E che effetto avrà questo sulla singolarità del sintomo alimentare dei proprifigli?

Ogni malattia ha il suo giusto medico. L’importante è trovarlo quel medico, dice fra sé e sé mamma Marta”. Il libro sul finale lascia intendere come ogni soggetto sia diverso dall’altro. Il numero di criteri diagnostici per fare di una malata un’anoressica sono sempre gli stessi ma sappiamo bene come ogni anoressia sia particolare e vada considerata a sè, nella sua singolarità. Non vi è quindi una causa comune e la cura, tantomeno i tempi o le ricadute possono essere gli stessi. Ad oggi non si può prescindere da un lavoro di rete,che preveda affianco a tutti i possibili specialisti (psichiatri, medici,psicoanalisti, psicologi, infermieri, nutrizionisti, ecc.) coloro che più di tutti potranno raccontare la storia del proprio figlio affetto da disturbo alimentare: i genitori (entrambi!).

Il lavoro di parola permetterà a quest’ultimi di portare le proprie questioni,non solo in quanto padre e madre, ma anche in quanto uomo e donna.

Catraro Elisa

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Una risposta a “Non più briciole” – Alessandra Arachi

  1. esse9005 ha detto:

    grazie per questo articolo. leggerò sicuramente questo libro

    Mi piace

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