COMMENTI AL CONVEGNO DI VARESE DEL 7 E 8 NOVEMBRE

LocandinaConvegnoVareseTotale-horzDue giornate intense, ricche di spunti da mettere al lavoro: relazioni, slides, contatti…tutti gli ingredienti per non andarsene a mani vuote. Ciascuno dei relatori, dal proprio punto di vista, con i suoi risultati e i suoi metodi, ha messo a punto del nuovo regalando la possibilità di commenti, discussioni, accordi e disaccordi. L’operazione è riuscita, una volta l’anno ci sarà la possibilità di dibattere e confrontarsi ancora, senza reticenze, senza paure.
Da tutto questo, lo spunto e l’insegnamento più interessante lo traggo da coloro che amano chiamarsi gli esperti per esperienza. Ne’ specialisti ne’ semplici curiosi, ma parte in causa, gli ex-pazienti (da intendersi come coloro che hanno da dire qualcosa e la pazienza l’hanno persa!) e i genitori che, nel bene o nel male, ex non saranno mai, hanno preso la parola e detto la loro: eccome se l’hanno detta!
Ottimo segnale che i tempi sono maturi per allargare le informazioni sui DCA riconoscendo nuove competenze a chi, né per caso né per piacere, ritrovandosi quel marchio addosso, è riuscito a fare di necessità virtù.
Le testimonianze dei pazienti e dei genitori, il loro punto di vista, il loro contributo alla causa, sono ciò che può completare il giro dei nostri discorsi, delle prospettive tecnico scientifiche sulla malattia. Nessuno ha la verità in tasca e certamente non è facile, per chi ha attraversato questo calvario, prendere le distanze da quanto li ha riguardati e riuscire a fare della propria esperienza un punto di lavoro trasmissibile.
Ma gli esperti per esperienza sono assolutamente preziosi per non perdere la bussola e, come si dice, andare per campi, divagando su temi poco pertinenti se non del tutto inopportuni. Se sentono qualcosa che stride alle loro orecchie saltano letteralmente sulla sedia, magari non dandolo a vedere e continuando a sorridere… A volte troppo rigidi, a volte troppo sensibili, qualche volta addirittura talebani, sono la cartina di tornasole dei nostri discorsi e soprattutto del nostro modo di porci di fronte alla loro fatica e sofferenza. A volergli insegnare qualcosa ci rimettiamo, dovremmo piuttosto aprire bene le orecchie per ascoltare il posto da cui parlano. Senza giudizio. E con umiltà.
Ecco dunque che la mia sporta è piena di tanti insegnamenti sui DCA di cui recupero i tre più semplici ma più difficili da applicare e di cui propongo qualche riflessione personale.
1) Ricordiamoci di non parlare sempre solo di anoressia al femminile!
Non tanto perché si aspira alla parità dei sessi o perché se ci sono più uomini malati allora di conto parte le donne stanno meglio e non sono più considerate alla stregua di un problema. Questo probabilmente non accadrà mai! E’ della struttura del discorso femminile, e si rivela nella storia (come vediamo prendendo a spunto quella legata a cibo, mente e corpo), che le donne sono delle anticipatrici: dalle sante digiunatrici, all’isteria melanconica segnalata da Freud, all’anoressia dei nostri tempi. Le donne hanno fatto sempre la loro parte di porta bandiera del corpo come metafora di una sofferenza che gode altrove. Ma è un fatto che dare solo un nome singolare a questa patologia non rende conto della molteplicità di situazioni e problematiche che sempre di più si sono affacciate e si affacceranno nel complesso panorama dei sintomi alimentari.
2) Consideriamo le famiglie una risorsa prima che un problema!
Facciamo basta con le colpe alle madri, le assenze dei padri, le gelosie dei fratelli. Tutto questo è presente in ogni storia clinica che si rispetti (e non solo in questo campo in realtà), dato che l’essere umano non è senza l’altro e che per ciascuno si iscrive una mancanza che non può che segnare, a volte indelebilmente, la propria esistenza. Tutto questo, però, non è da prendere nell’ordine dei fatti della vita quotidiana o del trauma infantile da cui si originerebbe il sintomo, ma va raccolto, nello spazio della cura, come elaborazione fantasmatica della propria storia inconscia, depotenziata dal giudizio e dalla colpa dell’altro e assunta come propria responsabilità soggettiva. Veri partner del soggetto e possibili alleati della cura, i genitori, quando messi nella condizione di comprendere e di reagire all’angoscia che li sovrasta, possono diventare uno dei migliori fattori prognostici positivi alla cura.
3) Diamo un posto al soggetto e non solo al sintomo!
Abbiamo sentito tanto parlare di casi, categorie diagnostiche, prevalenze, percentuali, statistiche, protocolli di intervento, percorsi di cura, valutazioni delle guarigioni,…. Ma tutto questo, seppure ci ha restituito un quadro entro cui orientarci e muoverci, rischia di farci perdere di vista l’essenziale di una cura che non prescinde mai dal singolare del caso per caso. Le storie, le testimonianze, i racconti clinici, sono forse ciò che restituisce dignità alla sofferenza e alla fatica di ciascuno, curanti compresi. Nella nostra prassi abbiamo imparato che è la clinica ad illuminare la teoria e che i poeti, gli artisti, e tutti coloro che fanno esperienza prima ancora di poterne parlare, anticipano le teorie e sono la cartina di tornasole su cui misurare il nostro sapere. La nostra responsabilità delle conseguenze è grande ed ineliminabile

Giuliana Capannelli – psicoanalista Centro Heta-Fida Ancona

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